Gli amici di Giobbe

Forse Giobbe avrebbe preferito che i suoi amici rimanessero in silenzio. Elifaz, Bildad, e Zofar, inizialmente, non dissero alcuna parola a Giobbe. La sua sofferenza era troppo profonda. Così, rimasero in silenzio per una settimana. In Giobbe 4, però, hanno inizio i loro discorsi, in cui dicono a Giobbe ciò che pensano.

Elifaz è il primo degli amici di Giobbe a prendere la parola. Probabilmente iniziò lui perché era il più anziano. Da Giobbe 15.9-10 possiamo dedurre che avesse i capelli grigi, e che fosse più anziano del padre di Giobbe. Bildad parlò per secondo, a partire da Giobbe 8. Il suo atteggiamento fu più sfacciato di quello di Elifaz. Zofar parlò per terzo, e fu ancora più sfacciato di Bildad. Tuttavia, gli amici di Giobbe avevano una cosa in comune, ovvero la loro opinione sulla sofferenza di Giobbe, che possiamo riassumere attraverso alcune delle domande poste nei loro discorsi:


Elifaz: “Ricorda: quale innocente perì mai? Dove furono mai distrutti gli uomini retti?” (Gb 4.7). Bildad: “Potrebbe Dio pervertire il giudizio? Potrebbe l’Onnipotente pervertire la giustizia?” (Gb 8.3) Zofar: “Non lo sai tu che in ogni tempo, da che l’uomo è stato posto sulla terra, il trionfo dei malvagi è breve e la gioia degli empi non dura che un istante?” (Gb 20.4-5)


Gli amici di Giobbe credono che l’universo funzioni seguendo una determinata legge. La ragione alla base della sofferenza, ai loro occhi, è semplice. Raccogli ciò che semini. La vita ti dà ciò che tu le dai. Sei responsabile delle tue azioni, e la sofferenza ne è la conseguenza. Stanno implicando che Giobbe abbia peccato. Forse ha commesso un peccato piccolo, medio o grande; forse si tratta di un peccato passato di cui si è dimenticato. In ogni caso, la loro risposta è la stessa, da un punto di vista filosofico, teologico: Giobbe sta raccogliendo ciò che ha seminato. È Karma. Ricevi ciò che ti meriti.


Come dobbiamo considerare questo principio, questo studio filosofico e teologico della situazione di Giobbe? Penso che, per prima cosa, dobbiamo dire che è parzialmente corretto. La Bibbia ci dice esplicitamente che quello che l’uomo semina, quello pure miete (Ga 6.7). Da un punto di vista biblico, ci crediamo. Le nostre azioni hanno delle conseguenze.


Eppure, ovviamente, questo principio è parzialmente scorretto. Anche questo è insegnato nella Bibbia. Vediamo come esempio Giovanni 9, in cui leggiamo dell’uomo che era nato cieco. I discepoli chiesero a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (v.2). A quale conclusione erano arrivati i discepoli? Alla stessa a cui erano arrivati gli amici di Giobbe. Qualcuno aveva peccato. Ricordate la risposta di Gesù? “Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui” (v.3). Non c’era alcun legame diretto tra il peccato di quell’uomo o dei suoi genitori e il suo problema. Gesù lo guarì. Dio usò la sofferenza di quell’uomo affinché fosse glorificato.


Il principio secondo il quale ogni sofferenza è un tipo di punizione è molto semplicistico. È bianco e nero. Molto semplice da capire. Non ci sono punti di domanda. Non ci sono zone grigie. Non c’è alcuna quantità di dolore che gli amici di Giobbe non riescano a incastrare in questa visione del mondo. Tuttavia, la vita è ben più complicata di così. La loro storia ci dà due princìpi da seguire quando diamo consiglio agli altri.


1. Anche con le migliori intenzioni possiamo sbagliare. Possiamo arrivare, analizzare la situazione, darne un’analisi dettagliata, e sbagliare completamente. È questa la funzione del prologo del libro di Giobbe. Ci dice che Giobbe era un brav’uomo, e che il motivo della sua sofferenza non fu il peccato. I suoi amici avevano torto.


2. Il motivo per cui possiamo sbagliarci è che le vie di Dio non coincidono con le nostre. I Suoi pensieri non coincidono con i nostri. Giobbe ha una risposta al suo “perché?” No, non ce l’ha. Eppure, può portare i suoi problemi ai pieni del Dio Onnipotente. È a Lui che dobbiamo guidare le persone quando soffrono senza alcuna spiegazione.


In Giobbe 9, dopo il primo discorso di Bildad, Giobbe arriva alla conclusione che non ci sia un arbitro tra lui e Dio (v.33). Quando i nostri fratelli o le nostre sorelle in Cristo si sentono così nella sofferenza, dobbiamo guidarli a Cristo. Lui capisce la nostra sofferenza inesplicabile. È questa la bellezza del Vangelo. Gesù ha vissuto una situazione in cui non sembrava esserci alcuna giustizia. Ha subìto la violenza. Ha urlato, “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27.46). Ha visto la brutalità e l’ingiustizia di questo mondo. Può rappresentarci. Può sentirci, quando gridiamo a Lui, quando sentiamo di aver perso ogni fiducia al mondo. Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il Giusto.


Adattato da “Miserable Conforters” e “Contending with God”, dalla serie di studi di Ligonier sul Libro di Giobbe di Derek Thomas.


Rev. Derek Thomas Ministro della First Presbyterian Church di Colombia, South Carolina, e professore di Teologia Sistematica e Pastorale al Reformed Theological Seminary.


Articolo originale: With Friends Like These, copyright year 2021 by Derek Thomas, Ligonier Ministries. Used by permission. Tradotto con permesso.


Traduzione italiana Paini Alessia @FedeRiformata.com

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