Liturgia: è davvero necessaria?


La parola “liturgia”­ dà i brividi a molti evangelici. Dà l’idea di un culto rigido, ingessato, eccessivamente formale, carente di spontaneità e spiritualità. Tuttavia, in origine, questo termine non aveva questa connotazione negativa. Esso viene dal greco leitourgia (si pronuncia “leiturghìa”) e all’inizio indicava qualsiasi servizio prestato alla collettività o ad una persona. Nella versione greca dell’Antico Testamento (la Septuaginta) si riferisce al ministero dei sacerdoti o agli atti di culto realizzati da essi. Nel Nuovo Testamento il sostantivo appare sei volte, il verbo tre e due termini correlati altre sei volte. In generale si riferiscono al culto della vecchia dispensazione o all’assistenza materiale ai fratelli (Luca 1:23, Romani 15:27, 2Corinzi 9:12). Quasi metà delle occorrenze si trovano nella Lettera agli Ebrei, alludendo al ministero di Cristo o degli antichi sacerdoti giudei (Ebrei 8:6, 9:1, 10:11). Un uso più specificamente cristiano occorre in Atti 13:2 e Filippesi 2:17. Nel cristianesimo antico, passò a significare il servizio spirituale prestato a Dio, la cui espressione più nobile ed elevata era il culto pubblico.


Nella chiesa apostolica, come quasi tutto ciò che si faceva in quel periodo iniziale, il culto era semplice e informale. Il Nuovo Testamento non parla quasi mai di una forma di culto, ovvero, di una sequenza di atti di adorazione. Troviamo solamente informazioni riguardo agli elementi del culto: lettura del testo sacro, cantici, preghiere, predicazioni, celebrazione della Cena e invocazione di benedizione. Una delle testimonianze più antiche e valide riguardo ad un ordine di culto si trova nella Prima Apologia di Giustino Martire, nel II secolo: “E nel giorno chiamato "del Sole" ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere”. In seguito, Giustino descrive la celebrazione della Cena e la raccolta delle offerte per le persone povere.

(Testo completo delle Apologie di Giustino reperibile qui: https://www.monasterovirtuale.it/servizi/download/patristica/104-s-giustino-i-e-ii-apologia-1/file.html)



Alcuni decenni dopo il periodo apostolico, tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., iniziarono a sorgere forme di culto più elaborate. Era naturale che ciò accadesse, con la crescita e consolidazione della chiesa. Uno dei principali motivi i questo fatto era di natura estetica. Tra le altre caratteristiche, il culto all’Onnipotente doveva essere bello e armonioso, conforme all’esortazione del salmista: “Cantategli un cantico nuovo, suonate bene e con gioia”(Salmo 33:3). La Didachè, un manuale ecclesiastico dell’inizio del II secolo, testimonia questo fatto. Riferendosi alla celebrazione della Santa Cena, questo documento menziona antiche preghiere eucaristiche conosciute, caratterizzate da un ricco contenuto biblico. Dice il testo: “Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie: dapprima per il calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.” A seguire, troviamo le parole da dire sul pane spezzato e, in ultimo, la bellissima preghiera di ringraziamento che iniziava così: “Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli”.

(Testo completo della Didachè qui: https://mikeplato.myblog.it/2014/02/11/la-didache-versione-integrale/)



Con il passare dei secoli, la liturgia divenne sempre più completa e ritualistica. Furno introdotti nel culto elementi estranei alla Scrittura, come invocazioni e adorazioni a Maria e ai santi, l’idea di Eucarestia come sacrificio e l’adorazione dei suoi elementi. Tuttavia, i riformatori protestanti, nonostante le loro critiche alle tradizioni religiose senza fondamento biblico, riconobbero l’importanza della liturgia. La tradizione riformata fu particolarmente enfatica in questo senso. Nonostante il culto zuingliano nella città di Zurigo fosse estremamente sobrio (“quattro pareti vuote ed un sermone”), Calvino aveva una preoccupazione differente. Egli compose per la Chiesa di Ginevra dei bellissimi “modelli di preghiera” per il culto domenicale, per la celebrazione della Santa Cena e per le devozioni domestiche. Ispirati dal modello di Ginevra, i riformati elaborarono suggestive liturgie in Francia, Scozia, Inghilterra, Olanda e Germania, che furono utilizzate per molte generazioni di credenti (vedi Charles W. Baird, The Presbyterian Liturgies). In genere, queste liturgie erano legate all’osservanza del calendario cristiano e alle letture prescritte per ogni Domenica dell’anno ecclesiastico (o lezionario).


Oggi, gli ordini dei culti praticati in molte chiese presbiteriane sono poveri e poco creativi. Spesso, persone non preparate annunciano meccanicamente gli atti del programma: “Adesso leggiamo… Adesso cantiamo l’inno… Adesso chiediamo a questo fratello di pregare…”. Pochi dirigenti di culto sono coscienti della grande ricchezza liturgica legata al passato. Molto pastori nemmeno seguono i “princìpi di liturgia” ufficialmente approvati dalla denominazione o ai suggerimenti del Manuale di Culto. È necessario che questo tema sia oggetto di studio, riflessione e dibattito, affinché il culto pubblico e la celebrazione dei sacramenti siano più significativi ed edificanti nelle nostre chiese, riflettendo le convinzioni bibliche e teologiche di tradizione riformata, e i buoni esempi della nostra storia.


Alderi Souza de Matos

Storico ufficiale della Chiesa Presbiteriana del Brasile

Testo originariamente pubblicato nell’informativo pastorale della IPB, https://www.ipb.org.br/informativo/liturgia-e-mesmo-necessaria-4279)

Traduzione Paini Alessia @FedeRiformata.com

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