Donne: morire e vivere per Cristo


Una delle cose più belle del cristianesimo è la corrispondenza tra la signoria assoluta di Cristo sulla Creazione (come disse Abraham Kuyper, “non c’è un centimetro del quale Gesù non proclami: è mio”) e l’adorazione totale che Dio richiede da noi – “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso” (Luca 10:27). Così come Dio è integro e dà il massimo impegno per noi fino, letteralmente, alla morte (Filippesi 2:8), Egli desidera che la nostra risposta verso di Lui si avvicini, a sua volta, sempre di più a questa integrità. Questa integrità non è periferica, non è un mero dettaglio che piace a Dio e basta, ma è soprattutto il punto nel quale risiederà la nostra salute mentale ed emotiva, in opposizione al peccato che frammenta la vita e l’identità.


Nonostante molte volte non pensiamo nemmeno a questo, conosciamo bene l’effetto di frammentazione del peccato. La nostra mente è ferma su un punto specifico ma, quando arriva il momento, facciamo esattamente l’opposto (Romani 7:19). Desideriamo la pace, ma nutriamo ogni tipo di sentimento orribile nei confronti delle persone che amiamo (Giacomo 3:14-16). Diciamo che seguiamo Cristo, ma nella pratica abbiamo standard molto bassi (1Corinzi 10:10). Inoltre, tutto il sistema di pensiero apostata, come disse Cornelius Van Til, è basato sulla frammentazione. È come se l’uomo esteriorizzasse la propria frammentazione interiore – ben piantata nella ribellione contro Dio sin dall’Eden – costruendo tutto un mondo di false opposizioni. E molte di queste false opposizioni fanno parte di noi, senza essere affrontate.


Una di queste persiste da almeno cinquant’anni, e riguarda direttamente l’identità della moglie: è l’idea che la moglie che si dedica alla famiglia perda ogni tipo di rilievo pubblico. Smette di contribuire significativamente al mondo, ingrassa, sia isolata, passiva, schiava di necessità altrui. Il femminismo si impunta con ira contro questa immagine stereotipata, costruendone un’altra, non meno stereotipata, della donna che “prende il potere”, disprezzando la coltivazione dell’intimità coniugale, la maternità e la vita interiore. Come reazione, alcune chiese aderiscono ad un’idealizzazione della donna nel nido di casa, vietando o scoraggiando lo sviluppo delle sue potenzialità nel mondo esterno. In entrambi i casi, la vita in casa è vista come nemica di qualsiasi attività esterna.


La Bibbia ci presenta un panorama molto migliore, che annulla le false opposizioni come queste. Le attività esterne non sono proibite, ma esistono delle priorità, che valgono sia per gli uomini che per le donne. Se, in accordo con Paolo (1Timoteo 3:1-5), chi si candida per guidare la chiesa deve guidare bene anche la sua casa, questo significa che la casa viene prima. Inoltre, è richiesto che l’uomo si sacrifichi non per la carriera e né per la chiesa, ma per la propria sposa (Efesini 5:25). Prima ancora della famiglia, viene Dio: non come concetto tranquillizzante, non come simbolo di valori conservatori, né come fonte di benedizioni materiali; ma come Signore di tutto ciò che esiste, inclusa l’identità personale. Non c’è come fare qualsiasi cosa nel mondo, nemmeno prendersi cura della propria famiglia, nemmeno lavorare fuori, nemmeno aiutare la chiesa, senza i passi interiori del riconoscimento del peccato, del ravvedimento sincero, del perdono, della santificazione e dell’adorazione al vero Dio.


Al di sotto di questo unico Signore, nutriti dai Suoi insegnamenti e dalla Sua costante grazia, la vita e l’io si unificano. Le false opposizioni vengono abbattute. Prendersi cura della casa in un senso pratico (cibo, pulizia, organizzazione) passano ad accompagnare la cura in un senso più profondo (la comprensione delle relazioni, dei doni, dei limiti – insomma, dell’amore). Pensare al mondo a casa, al lavoro e nella chiesa si sintonizzano: la vita intellettuale diventa una sola, sottomessa alla Parola (2Corinzi 10:4-5), non più contestata da falsi maestri. Le conversazioni all’interno della famiglia aiutano a vivere meglio, poiché la sapienza di Dio è presente nel cuore, nelle parole e nelle azioni. L’attenzione è massima affinché nessun’altra parola umana venga prima della Parola di Dio (Romani 3:5).


Ci sono molti fratelli che vivono una vita divisa. Immaginiamo una donna cristiana che è professoressa universitaria di sociologia. Lì, si immerge nelle acque di una cosmovisione naturalista e scientifica, senza riuscire ad affrontare direttamente l’idea che gli uomini siano prodotto di mezzo, e che non abbiano valori eterni e immutabili. Ogni volta che dà lezione, questa idea passa agli alunni come un veleno di gusto gradevole. La Domenica, lei “cambia canale”, ascolta di buonumore la predicazione e pensa di vivere in accordo con i presupposti biblici.


Qual è la soluzione per ritrovare la sua integrità? Abbandonare il proprio impiego? Non necessariamente! A volte, lei giunge a questa conclusione in determinate fasi della sua vita: il marito le dice che preferisce sostenere da solo le spese della famiglia; i figli sono piccoli e hanno bisogno di lei; lei preferisce essere volontaria nella chiesa. Se lei riesce a dare la proprietà alla casa – e sì, molte volte questa priorità richiede più tempo passato a casa -, l’impiego non sarà un ostacolo. Il problema principale è interiore: questa persona può anche essere una cristiana sincera, ma sta vivendo una vita doppia. Finché non si confronta con la Parola e con l’idea che l’uomo sia solo un prodotto di mezzo, la sua idea ostacolerà il suo desiderio di servire Dio, impedendole di prendersi pienamente le responsabilità sulla sua vita. Lei si scontrerà contro un mucchio di forze maggiori che, nel suo cuore, competono contro Dio e la faranno inciampare proprio nel momento in cui avrà più bisogno di agire in conformità con la fede. Dovrà presentare il suo corpo come sacrificio vivente a Dio, ogni giorno, per avere una mente trasformata in direzione del riconoscimento della volontà divina come buona, gradevole e perfetta (Romani 12:1-2). Anche se questo significa perdere simpatie, rovinare la propria reputazione nel contesto universitario e rischiare la propria carriera – che, per lei, sarà come morire.


Non è proprio questo che dice la Parola (Romani 6:10-14)? Moriamo senza paura, così saremo vive, vivide, integre, per Cristo!


Norma Braga

Articolo originale: https://voltemosaoevangelho.com/blog/2017/10/morrer-e-viver-para-cristo/


Traduzione Paini Alessia @FedeRiformata.com

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