Una testimonianza di fede

Tra tutti i nomi menzionati nella Lettera agli Ebrei, solo uno appartiene ad un membro della chiesa del Nuovo testamento. Vi darò degli indizi e, se ancora non riuscirete ad indovinare di chi si tratta, andate pure a vedere Ebrei 13.23. Primo indizio: sembra che questa persona conoscesse l’autore della lettera. Questo indizio non è molto d’aiuto, a meno che non si accetti l’idea della minoranza che sostiene che sia stata scritta da Paolo. Secondo indizio: questa persona era stata imprigionata a causa di Cristo. Avete capito di chi si tratta? Terzo indizio: Paolo conosceva molto bene la persona di cui stiamo parlando. Se ancora non avete indovinato, ecco il quarto indizio: sua madre era ebrea, suo padre era un gentile. Non è ancora abbastanza? Vi do un ultimo indizio: Paolo gli ha scritto due lettere. Se proprio non riuscite a capire, è ora di rivedere il terzultimo versetto di Ebrei!


A cosa ci servono tutte queste informazioni? Per prima cosa, ci dicono che non è stata questa persona a scrivere la Lettera agli Ebrei! Ci mostrano anche alcuni aspetti della sua vita che, altrimenti, non avremmo conosciuto. L’ultima cosa che ci dicono, e forse la più interessante, è che quest’uomo, ebreo di nascita, cresciuto secondo le Scritture dell’Antico Testamento, che sono così dominanti nella Lettera agli Ebrei, ha intriso le promesse di Dio con la fede (Eb 4.2), ha fissato il suo sguardo su Gesù (Eb 3.2; 12.2-3) e ha sofferto per Lui.


La cosa affascinante dei credenti i cui nomi sono menzionati nelle lettere del Nuovo Testamento è che, spesso, fungono da modello proprio di quelle lezioni che quelle lettere avevano l’obiettivo di insegnare ai loro primi lettori. La persona di cui stiamo parlando ne è un esempio; è stato, infatti, all’altezza delle bellissime parole che Paolo ha scritto di lui in Filippesi: “Infatti non ho nessuno di animo pari al suo… Voi sapete che egli ha dato buona prova di sé, perché ha servito con me la causa del Vangelo, come un figlio con il proprio padre” (Fl 2.20,22). “Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà”, ha scritto l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 13.23).


La maggior parte dei commentatori biblici descrive Timoteo come una persona abbastanza giovane, timida e riservata, forse con qualche problema di stomaco. Queste descrizioni potrebbero non essere totalmente fedeli alla realtà, naturalmente, ma di sicuro Timoteo non era una persona dalle reazioni eccessive o esagerate. Diversamente dal famoso Ignazio di Antiochia, che sembrava determinato a diventare un martire, Timoteo aveva forse avuto il bisogno di ricevere l’incoraggiamento di Paolo a non vergognarsi del Vangelo e a subire la sua parte di angustie (2Ti 2.8), e di essere rassicurato del fatto che esse facessero parte del cammino del credente (2Ti 3.12) e del fatto che Dio non lo avrebbe abbandonato. Le parole di Paolo, che hanno spianato la strada per l’arrivo di Timoteo a Corinto (“Ora se viene Timoteo, guardate che stia fra voi senza timore” (1Co 16.10)) suggeriscono che all’evangelista non piacesse affrontare situazioni controverse o persone difficili. Eppure, Timoteo era rimasto fedele: come Mosè, sapeva che gli oltraggi di Cristo avevano un valore ben più grande di qualsiasi tesoro al mondo (Eb 11.26). Aveva resistito, e alla fine era stato liberato.


Il riferimento a Timoteo aiuta ad illustrare il tema che caratterizza Ebrei 13, ovvero le caratteristiche delle vere guide spirituali e l’atteggiamento che dobbiamo sviluppare e mantenere nei loro confronti: “Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio; e considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede” (Eb 13.7); “Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità” (Eb 13.17).


Nel suo rapporto con Paolo, Timoteo ci ha dato un esempio dell’atteggiamento del seguace. Timoteo si ricordava delle sue parole, osservava il frutto della sua fede e lo imitava. Si sottometteva con gioia alla guida di Paolo, ed era grato per quel padre spirituale che era il suo mentore. Ecco perché, in quelle parole che riecheggiano in Ebrei (13.17), Paolo era “riempito di gioia” nel rivedere il suo discepolo (2Ti 1.4).


Il tuo cuore si è mai sottomesso alla guida altrui? Sei pronto a soffrire per gli altri, ad affrontare delle prove? Forse sei una delle guide. Quando le situazioni si fanno difficili e dolorose, ti limiti a dei lamenti, o forse ti fai da parte, lasciando tutto agli anziani o al pastore?


Saranno più membri di chiesa che pastori a leggere queste parole. Sei una gioia o un peso? Che domanda difficile! Che tristezza quando consideriamo delle grazie atteggiamenti di litigiosità, personalità spigolose, un continuo cinismo nei confronti degli altri credenti. Non capite che questo, piuttosto che riempire di gioia i nostri pastori, aggiunge dei pesi alle loro spalle? Forse dovremmo fare questa domanda a chi vuole diventare membro della chiesa: “tenterai di essere una fonte di gioia per i nostri anziani?”


Timoteo è un modello sia di discepolato che di guida spirituale. È stato in grado di diventare una guida per gli altri proprio perché ha imparato ad essere un discepolo. Quando riusciamo a diventare entrambi, anche noi ci facciamo lettere viventi, versioni dell’incredibile Lettera agli Ebrei, di coloro in cui il Signore opera “ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.” Amen!


Sinclair B. Ferguson

Insegnante del Ministero Ligonier e Professore di Teologia Sistematica al Seminario Teologico Riformato. È stato pastore della Prima Chiesa Presbiteriana di Columbia (South Carolina) ed è autore di numerose opere di stampo riformato.


Articolo originale: A Testimony of Faithfulness, copyright year 2004 by Sinclair B. Ferguson, Ligonier Ministries. Used by permission. Tradotto con permesso.


Traduzione italiana Paini Alessia @FedeRiformata.com

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