Come possono le prove essere "una grande gioia"?

I corridoi del pronto soccorso che abbiamo percorso sono freddi e inospitali come lo sono stati gli anni di prove e tribolazioni che la mia famiglia ha attraversato. Quel dolore che cambia la vita, le visite settimanali, le flebo, e le anime esauste sotto a tutto questo hanno consumato gli ultimi cinque anni della nostra vita. Come un ladro, tutto questo ci ha derubati spiritualmente, lasciandoci svuotati, stanchi, e ci ha portati a chiederci se saremmo sopravvissuti. La gioia è stata raramente percettibile in mezzo alla continua perdita. Tuttavia, i semi di un’opera più grande, e sì, anche quelli di una gioia maggiore hanno iniziato a germogliare e a fiorire quando abbiamo guardato sotto alla superficie di ciò che Dio sta facendo. Un’opera che Dio porta avanti non solo in noi, ma anche in tutti coloro che stanno affrontando delle prove.


La gioia non nasce naturalmente in noi quando soffriamo gli effetti della caduta in questa vita. Perché, allora, Giacomo esorta i lettori della sua lettera, con le parole: “Considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate” (Gm 1.2)? Le sue parole possono inizialmente sembrare un po’ stridenti, specialmente trovandosi all’inizio di una lettera indirizzata ai perseguitati che erano stati cacciati dalle proprie case. Ci aspetteremmo, forse, delle parole più solidali, legate a espressioni di pietà e compassione. Il fratello del nostro Signore, invece, va dritto al punto, esortando all’espressione opposta dell’emozione più naturale: la gioia in mezzo alle prove. Le parole di Giacomo, fredde solo in apparenza, sono in realtà piene del calore delle verità del Vangelo, e di speranza, poiché guidano l’anima turbata alla radice da cui deriva il vero balsamo curatore.


I nostri cuori spesso chiedono a Dio di togliere quel peso che li consuma e che è troppo pesante da portare, eppure è proprio in quei momenti che apprezziamo più profondamente le sofferenze del nostro Signore. Gesù sentì il bisogno di ritirarsi in un luogo isolato nel giardino del Getsemani e chiedere con una dolorosa angoscia che quel calice Gli fosse tolto, eppure si arrese completamente al volere del Padre. Appeso alla croce, mentre la sua vita terrena lo lasciava atrocemente, riconobbe e si rallegrò di quell’opera che andava ben oltre al dolore. La salvezza fu data al mondo attraverso il tormento della Sua anima (Is 53.11); la redenzione, attraverso la Sua sofferenza e lo spargimento del Suo sangue (Eb 9.22). Se Dio ha usato la peggiore sofferenza per il bene maggiore, può sicuramente usare la nostra sofferenza per il bene, come parte della Sua opera di redenzione.


La storia del Vangelo dimostra che ogni sofferenza viene dalle mani di un Padre amorevole, che ha redento i Suoi e che li ama abbastanza da non lasciare mai che una prova vada sprecata, ma che sia sempre parte di un’opera perfetta. Quando ci siamo trovati ad affrontare acque profonde e agitate, queste prove hanno iniziato a portare alla luce le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra infantile mancanza di fiducia; eppure, allo stesso tempo, hanno iniziato a rafforzare la nostra fragile struttura e a sviluppare aspetti della nostra fede che altrimenti non avremmo mai considerato. Le prove che Dio manda non consumano, ma producono i risultati di cui abbiamo bisogno. Come dice un antico inno, “la fiamma non ti brucerà; io lascio bruciare solo le tue scorie, e raffino solo il tuo oro”. Solo il Dio del Vangelo può compiere una tale opera.


La gioia cresce nei nostri cuori e nelle nostre menti quando confidiamo nel fatto che il Signore sta portando avanti la Sua opera di raffinatura in noi mentre ci troviamo di fronte alle nostre prove terrene. Egli completa ciò che altrimenti resterebbe incompleto. Giacomo afferma chiaramente questo obiettivo finale nell’affermare che tali prove avvengono affinché “siate perfetti e completi, di nulla mancanti” (Gm 1.4). La perfezione deriva dall’essere resi simili al Perfetto, il Signore Gesù Cristo. Questo avviene attraverso le afflizioni e le sofferenze.


Se soffriamo, non significa che il Signore ci abbia abbandonati o che si sia dimenticato si noi; anzi, le prove sono la prova certa del fatto che Dio stia portando avanti la Sua opera in noi. Come un abile tessitore, Dio usa quei fili che sembrano troppo scuri per mettere in risalto parti del Suo capolavoro che altrimenti risulterebbero inadeguate. La gioia deriva dal sapere che questo processo, guidato dalle mani di Dio, sta procedendo, e che non finirà finché non saremo simili al Figlio. Per quanto doloroso sia e sarà questo processo, che gioia sarà l’essere modellati e perfezionati per riflettere meglio Colui che amiamo!


Mandate sovranamente e usate dall’Onnipotente, le difficoltà devono essere viste come delle medaglie al merito nella vita del credente – un merito dato a coloro che soffrono per il Signore. Giobbe dovette affrontare delle prove proprio perché era integro e stimato agli occhi del Signore (Gb 1.8). Giacomo, invece, dice: “Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano” (Gm 1.12). Proprio come la divisa militare dimostra il servizio prestato in mezzo ai conflitti, anche un soldato di Cristo si distingue dalle battaglie che ha affrontato. Anche se non sono meritorie in sé, le prove ci permettono di partecipare misteriosamente alle sofferenze di Cristo (1P 4.12-13). La nostra sofferenza non si aggiunge all’opera di Cristo, perché la Sua opera è già sufficiente (Ro 3.21-26). Inoltre, la sofferenza resa a Cristo è dolorosa, ma culmina nella gloria e nella gioia eterna, una gioia che ha inizio proprio qui, nel nostro cammino di prove.


La cruda apertura di Giacomo ci richiama ad una verità sconvolgente, necessaria a richiamare le menti e le anime turbate, per portarle dalle circostanze difficili all’opera profonda (e spesso invisibile) che Dio sta compiendo. Questo significa forse che saremo sempre in grado di vedere la natura redentiva di malattie croniche, di una diagnosi di cancro, o della tragica morte di una persona amata? Di certo non da questa parte della gloria. Eppure, possiamo confidare nel fatto che Colui che ha iniziato un’opera buona in noi la porterà a compimento nel giorno di Cristo Gesù, e che nessuna lacrima né sofferenza sarà mai sprecata nel grande piano del nostro Dio sovrano (Fl 1.6).


Senza la grazia, le circostanze esterne della nostra situazione porterebbero solo all’autocommiserazione e a dubitare di Dio, ma l’àncora della Scrittura e dell’opera redentrice di Dio in Cristo Gesù ci portano a trovare in Lui una gioia molto più profonda, una gioia conosciuta solo ai Suoi figli. Rallegratevi, voi che state soffrendo: l’opera di Dio non è ancora compiuta. Lo stesso Signore che ha usato la croce per redimere il mondo sta operando nelle vostre prove per il Suo proposito. Per questo, possiamo avere gioia.


Rev. Joel E. Smit

Pastore della Chiesa Presbiteriana di Smyrna.


Articolo originale: How Do I “Count It All Joy”?, copyright year 2021 by Joel E. Smith, Ligonier Ministries. Used by permission. Tradotto con permesso.



Traduzione italiana Paini Alessia @FedeRiformata.com

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