Come vincere la tentazione?

La seguente affermazione è attribuita a Lutero: “Un uomo non ha colpa se un passerotto vola sulla sua testa. Se questo passerotto, tuttavia, fa il nido lì, è un’altra storia.” Stava parlando della tentazione. Lo stesso Lutero, in un’altra occasione, disse che le sue tentazioni furono le sue “migliori insegnanti di teologia”.


Perché pensava questo? Le Scritture ci presentano la prima “tentazione” in un giardino. In un ambiente di pienezza, di rapporti integri, comunione e bellezza. Non esistevano ancora le maledizioni, le contraddizioni, i timori e le insicurezze create dal peccato. L’umanità non era ancora segnata dalla realtà del peccato e dall’allontanamento da Dio da essa prodotto. Questo ci porta a credere che Lutero avesse ragione. La tentazione precede il peccato, lo antecede; spesso, lo genera.


Tuttavia, essere tentati non è peccato. Cos’è la tentazione?


La tentazione è una prova. Un test. La parola peirasmos/peirazô dà l’idea di “mettere alla prova”, di fare un test o un esperimento per attestare o rivelare il carattere e l’integrità di qualcuno (Ap 2.2; Ge 22.1 – Abraamo viene messo alla prova da Dio). Il termine ha anche un altro senso, forse il più conosciuto, in cui la tentazione è una provocazione, un’istigazione al peccato, una trasgressione dolosa, intenzionale e persino maligna.


Anche nella Scrittura troviamo questo senso di seduzione, di convinzione, di argomentazione, di retorica distorta. La tentazione è una specie di sofismo: implica l’utilizzo di argomentazioni razionali, di logica e di senso comune per giustificare la trasgressione, la disobbedienza e il peccato.


La tentazione spesso si presenta con alcuni elementi di verità, di giustizia, di legittimità. Molti degli errori e dei peccati che commettiamo sono causati da questo ragionamento maligno a cui il diavolo dà inizio, o che sviluppiamo noi stessi in una specie di monologo, un processo di autoconvinzione, nel corso del quale permettiamo che alcuni dei nostri impulsi più primitivi prendano il sopravvento senza limiti imposti e in ambienti illegittimi: la gola, il sesso, l’ira, l’invidia, nascono da desideri sfrenati, non contenuti.


La Scrittura indica anche che le tentazioni hanno tre fonti principali: il diavolo, il contesto e il cuore dell’uomo.


Il diavolo appare come principale tentatore dell’uomo già nella Genesi scritta da Mosè, quando tentò Eva e Adamo, che soccombettero alla tentazione. Diedero alla luce il peccato e lo introdussero nella vita degli uomini e nel rapporto dell’umanità con Dio. Per questo, il diavolo divenne noto come il “tentatore”.


Giovanni dice che tutto ciò che è nel mondo, “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1Gv 2.16). Giacomo dice che l’uomo è tentato dalla sua stessa concupiscenza (Gm 1.13,14). Anche Gesù insegnò che è dal cuore dell’uomo che nascono i cattivi pensieri e ogni tipo di peccato.


Dobbiamo imparare a lottare contro la tentazione e a vincerla. Milton, nel suo Paradiso Perduto, scrisse: “Perciò, non sfidare la tentazione, che è sempre meglio evitare […] La tentazione arriva anche se non cercata.


Lo stesso Gesù ci insegna che dobbiamo pregare Dio con le parole “non ci esporre alla tentazione”. La lotta contro la tentazione è anche una lotta per la santificazione, e una lezione di umiltà e di conoscenza di noi stessi.


È un’esperienza di santificazione perché, quando vinciamo la tentazione, vinciamo anche il peccato. Diventiamo più forti contro la carne, la forza del peccato, la forza del tentatore e del mondo. A volte procediamo opposti ad una specie di “spinta”, simile a quella prodotta dalla turbina di un aereo. Dobbiamo combattere queste forze, ma, grazie a Dio, siamo dotati di una vera armatura, come vediamo nel creativo esempio di Paolo in Efesini 6, per combattere la forza del peccato.


È anche un’esperienza di umiltà e conoscenza di sé stessi perché, quando lottiamo contro la tentazione, impariamo a conoscere e rispettare i nostri limiti. Tutti noi abbiamo dei “punti ciechi”, tutti noi abbiamo un “tallone di Achille”, quell’aspetto della nostra vita in cui siamo più deboli, più vacillanti, più insicuri, più propensi a sbagliare, a cedere. Per Eva fu il desiderio di “essere come Dio”, di “conoscere il bene e il male”. Per alcuni di noi sarà la concupiscenza, il desiderio di potere o denaro, l’ira, l’orgoglio, l’insicurezza, lo scoraggiamento e il dubbio: ci sarà qualcosa che premerà il pulsante giusto, e conoscere il colore del passerotto che ci passerà sopra la testa sarà d’immenso aiuto per imparare a sfuggirgli, a evitarlo, a combatterlo. Persino Sun Tzu affermò correttamente che dobbiamo conoscere il nostro nemico – specialmente se, questo nemico, è il nostro cuore. Geremia lo disse ben prima della nascita di Sun Tzu: “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno”.


Vediamo l’esempio di Gesù, che affrontò e vinse la tentazione. Diversamente da noi, Egli non fu tentato a causa della propria concupiscenza, poiché non ne aveva. La Scrittura dice che “Egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Eb 2.18 e 4.15).


Matteo 4.1-11 riporta il principale – ma non unico – episodio di tentazione di Gesù. I parallelismi tra la tentazione di Gesù e quella del popolo di Dio nel deserto sono molte. È un passaggio incredibile, e ci insegna molto di Cristo.


Per prima cosa, dobbiamo ricordarci che Gesù aveva fame: aveva digiunato per 40 giorni. Non aveva sentito la fame solo alla fine di quei 40 giorni, ma durante tutto quel periodo. Se noi passiamo anche solo 12 ore senza mangiare, patiamo subito la fame. Gesù non mangiò nulla per 960 ore. Aveva fame, era debole, pativa il freddo e il caldo. All’improvviso, il Figlio di Dio, che aveva ricevuto la benedizione del Padre durante il Suo battesimo, fu mandato dallo stesso Spirito che aveva suggellato le parole del Padre “questo è il mio Figlio diletto”, nel deserto, dove fu tentato ogni giorno. La Sua tentazione fu quotidiana, costante.


Satana, dunque, come da sua abitudine, esattamente come aveva fatto con Eva dicendole “Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?”, non mise tanto in discussione il fatto che fosse Figlio di Dio, poiché sapeva che Gesù ne era certo: mise in discussione i Suoi diritti come tale. “Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani”. Molti dei peccati da cui siamo tentati hanno a che vedere con i diritti che pensiamo di avere.


Satana stava tentando Gesù in ciò che era al cuore della sua missione. Usò persino la verità per raggiungere il suo scopo: Gesù è il Figlio di Dio, e ha diritto su ogni cosa creata, è in grado di trasformare le pietre in pane. La sua missione, tuttavia, richiedeva che Egli svuotasse sé stesso, che rinunciasse alle Sue prerogative divine, al Suo potere; richiedeva che Egli sottomettesse l’uso del Suo potere alla volontà del Padre per poter compiere la sua missione di redenzione. Se Gesù avesse ceduto alla prima tentazione, avrebbe compromesso la Sua missione. In ogni momento avrebbe potuto rivendicare il proprio diritto, ma non lo fece per amor nostro. Cristo dovette restare obbediente nel mezzo della sofferenza (Eb 3.5). In che modo rispose Gesù? Con la Parola. Tutte le risposte di Gesù, infatti, si trovano in Deuteronomio 6 e 8 (6.13, 6.16 e 8.3).


In un secondo momento, Satana usò il Salmo 91.11,12 per mettere alla prova ancora una volta Gesù. Dio avrebbe dovuto proteggerlo, se davvero fosse stato il Figlio. L’interpretazione che Gesù fece della Scrittura fu ben precisa (questo ci aiuta a capire quanto sia importante non contraddire mai la Bibbia e averne una giusta interpretazione). La risposta di Gesù fu Deuteronomio 6.16. Gesù ci ricorda che la Scrittura vieta di tentare Dio. Fu ciò che fecero gli israeliti, nel deserto, chiedendo acqua. Per Gesù (e Israele) sarebbe stato peccato esigere la protezione di Dio come prova del Suo amore.


Satana continuò dunque mostrando a Gesù lo splendore del mondo. Gli fece vedere tutto ciò che Gli apparteneva di diritto, essendo Figlio di Dio; c’era, tuttavia, un trucco: non c’era alcuna croce. Anche Pietro gli fece la stessa proposta, ve lo ricordate? Come reagì Gesù? Il prezzo sarebbe stato la violazione del comandamento che esige un’adorazione esclusiva a Dio. Cristo cita dunque Deuteronomio 6.13, ricordando che l’adorazione è dovuta solamente a Dio.


Gesù si rifiutò di trasformare le pietre in pane e fu nutrito; rifiutò di gettarsi dalla cima del Tempio, e fu aiutato dagli angeli; si rifiutò di abbandonare la croce e fu in grado di iniziare il proprio ministero. Queste furono solo le prime delle tentazioni alle quali Gesù fu sottoposto, ma Egli le affrontò e le vinse tutte. Come scrive D.A. Carson, “Gesù aveva fame, ma nutriva gli altri; era debole, ma dava riposo a chiunque andasse da Lui; era il Re dell’Universo, ma pagava il tributo a Cesare; era chiamato diavolo, ma scacciava demòni; soffrì la morte di un peccatore per salvare il Suo popolo dal loro peccato; fu reso maledizione per benedire. Non trasformò le pietre in pane, ma si rese pane per noi.”


Adamo si trovava in un giardino pieno di frutti, ben nutrito, e cedette mangiando del frutto proibito. Ireneo chiama la vittoria di Gesù dove Adamo aveva fallito “ricapitolazione”. Trionfò affinché anche noi potessimo trionfare.


L’esperienza di Gesù nel deserto deve aiutarci ad affrontare la tentazione e a riconoscere alcuni dei suoi schemi:

> Saremo tentati per mezzo di ciò che consideriamo un nostro diritto;

> Saremo tentati per mezzo di ciò che consideriamo un nostro diritto;

> Saremo tentati a distorcere la Parola di Dio.


L’apostolo Paolo ci insegna che possiamo vincere le tentazioni (1Co 10.13). Il cristiano ha in Cristo un esempio e una persona che sa cosa significhi essere tentati; ha in Cristo una persona che vinse contro le tentazioni e i peccati affinché avessimo in Lui, anche nel fallimento, purificazione e perdono (1Gv 1.9).


Rev. Tiago Santos

Direttore esecutivo della casa editrice Ministerio Fiel, pastore della Chiesa battista Da Graça e fondatore e direttore del programma di studi avanzati del seminario Martin Bucer.


Articolo originale: https://voltemosaoevangelho.com/blog/2016/06/o-melhor-conselho-sobre-pregar-em-funerais-que-ja-recebi/


Traduzione italiana Paini Alessia @FedeRiformata.com

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