Il mistero dell'iniquità

È sempre stato definito il tallone d’Achille della fede cristiana. Mi riferisco al problema classico dell’esistenza del male. Filosofi come John Stuart ritengono che il male sia dimostrazione del fatto che Dio non è onnipotente, o che non sia amorevole – se il male esiste al di fuori del potere sovrano di Dio, logicamente, Dio non può essere ritenuto onnipotente. D’altro lato, se Dio ha il potere di prevenire il male ma non lo fa, questo va a riflettere sul Suo carattere, presentandoci un Dio che non è buono né amorevole. A causa del persistere di questo problema, la chiesa si è trovata ad affrontare innumerevoli tentativi di sviluppare quella che viene chiamata “teodicea”. Il termine teodicea deriva dalla combinazione di due termini greci: la parola Dio, theos, e la parola giustificazione, dikaios. Dunque, la teodicea è il tentativo di giustificare Dio per l’esistenza del peccato (come vediamo, ad esempio, nel Paradiso Perduto di John Milton). Queste teodicee nella storia sono andate da semplici spiegazioni, come l’idea che il male sia conseguenza diretta del libero arbitrio umano, a tentativi filosofici più complessi, come quello offerto dal filosofo Leibniz. Nella sua teodicea, che è stata satireggiata nel Candido di Voltaire, Leibniz distinse tre tipi di male: il male naturale, il male metafisico e il male morale. Alla luce di questo schema, Leibniz sosteneva che il male morale fosse un’inevitabile e necessaria conseguenza della finitudine, che è la mancanza metafisica di un essere completo. Poiché ogni creatura non raggiunge lo stato di essere infinito, questa sua mancanza comporta infallibilmente difetti, che vanno a comporre il male morale. Il problema di questa teodicea è che non prende in considerazione l’idea biblica del male. Se il male fosse una necessità metafisica delle creature, Adamo ed Eva ne avrebbero sofferto anche prima della Caduta, e avrebbero continuato a soffrirne anche dopo la glorificazione in cielo.


Ad oggi, non ho ancora trovato una spiegazione soddisfacente di ciò che i teologi chiamano il mistero dell’iniquità. Per favore, non inviatemi lettere con le vostre spiegazioni, che spesso si concentrano sulla dimensione del libero arbitrio umano. Il male non può essere definito come una cosa o una sostanza, né come un essere. Il male è sempre definito da un’azione, un’azione che non riesce a soddisfare un modello di bontà. Sotto questo punto di vista, il male è stato come una negazione (negatio) del bene, o una sua privazione (privatio). In entrambi i casi, la definizione stessa del male dipende da una pregressa conoscenza di cosa sia il bene. Agostino sostenne che il male è un parassita, ovvero, dipende dal bene per definizione. Vediamo il peccato come qualcosa di ingiusto, segnato da disobbedienza, immoralità, e così via. Tutte queste definizioni dipendono dalla sostanza positiva del bene per definizione. Per Agostino, nonostante i cristiani si trovino in difficoltà nello spiegare la presenza del male nell’universo, per il pagano questo problema è doppio. Prima ancora di affrontare il problema del peccato, si deve avere una conoscenza anteriore del bene. Coloro che oggi si lamentano del problema del male, hanno anche il problema di definire cosa sia il bene. Senza Dio, non c’è un modello da seguire per farlo.


Ultimamente, questo problema è stato risolto negando direttamente l’esistenza sia del bene che del male. Questo è estremamente difficile, tuttavia, soprattutto quando soffrono del male che qualcun altro infligge loro. È facile negare l’esistenza del male finché non ci troviamo ad esserne vittime.


Tuttavia, seppur termini a mani vuote la nostra ricerca dell’origine del male, sappiamo una cosa con certezza: essendo Dio sia onnipotente che buono, dobbiamo giungere alla conclusione che, nella Sua onnipotenza e bontà, ci sia un posto per l’esistenza del peccato. Sappiamo che Dio stesso non fa mai ciò che è male. Eppure, Egli ordina ogni cosa al mondo. Nonostante non faccia il male né lo crei, ne ha ordinato l’esistenza. Se il male esiste, e se Dio è sovrano, allora Egli deve avere avuto la possibilità e il potere di impedirlo. Può solo essere stata una Sua sovrana decisione, quella di permettere che il male entrasse nell’universo. Poiché le Sue sovrane decisioni seguono sempre la perfezione del Suo essere, dobbiamo concludere che la Sua decisione di permettere l’entrata del peccato nel mondo sia stata una decisione buona.


Dobbiamo stare attenti, però. Non possiamo mai dire che il male sia un bene, o che il bene sia un male. Eppure, non è lo stesso che dire “è un bene che ci sia il male.” Lo ripeto, è un bene che ci sia il male, altrimenti il male non esisterebbe. Anche questa teodicea non spiega “come” il male sia entrato nel mondo, ma ne rispecchia il “perché”. Sappiamo per certo che il male esiste, perlomeno in noi e nel nostro comportamento. Sappiamo anche che Dio è sovrano, e che nella Sua sovranità non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Il peccato serve sempre e comunque l’interesse finale di Dio stesso. È stato Dio, nella Sua bontà e sovranità, ad ordinare la conquista finale sul male e la sua eliminazione dal Suo universo. In questa redenzione troveremo riposo e gioia; fino ad allora, continueremo a vivere in un mondo caduto.


R.C. Sproul

Fondatore di Ligonier Ministries, pastore fondatore della Saint Andrew’s Chapel di Sanford (Florida) e primo presidente del College Reformation Bible. Autore di più di cento libri, tra cui The Holiness of God.


Articolo originale: The Mistery of Iniquity, copyright year 2008 by R.C. Sproul, Ligonier Ministries. Used by permission. Tradotto con permesso.


Traduzione italiana Paini Alessia @FedeRiformata.com

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